Processo Jolly Nero – ud. 6-7/06/2016

MSC a ridosso del molo Giano

Una nave MSC vista dalla ex Torre Piloti di Genova crollata

Alla udienza del 07.06.2016 il nostro team legale – Avv.ti Alessandra Guarini, Massimiliano Gabrielli e Cesare Bulgheroni,  ha formalizzato il subentro nella difesa come parte civile dei familiari di Giuseppe Tusa, 30 anni, una delle nove vittime dell’incidente Jolly Nero, che ha perso la vita il 07.05.2013 nel crollo della torre piloti nel porto di Genova.

Quella notte, ormai è chiaro, vi fu la concomitanza di più circostanze sfortunate con una serie di errori imperdonabili e di comportamenti criminali: la nave, comunque, non sarebbe mai dovuta partire. Fatalità ha voluto infatti che la Jolly Nero uscisse dal porto proprio durante i 10-15 minuti del cambio guardia, così che nella torre piloti si trovassero il doppio dei militari che vi sarebbero normalmente stati appena 5 minuti dopo, ed il livello di attenzione verso l’esterno era nettamente inferiore, poiché i ragazzi che uscivano stavano passando le consegne a quelli che gli davano il cambio; 3 di loro erano appena smontati dal turno e stavano scendendo nell’ascensore proprio durante il crollo; errori imperdonabili, poi, quelli commessi dal pilota durante la manovra di evoluzione, troppo veloce e troppo ampia, senza lanciare un allarme sonoro quando potevano farlo. E poi le cose gravi, quelle da codice penale, come il contagiri che non funzionava perché totalmente incrostato di ossido, impedendo il controllo dalla plancia sulla propulsione effettiva del nave, cosa di non poco conto in uno specchio d’acqua ristretto come il porto di Genova; il motore che non era partito nel check prima di mollare gli ormeggi, cosa gravissima su una nave ad un solo motore e che per invertire il senso di marcia deve fermare le macchine e spegnerle, facendole ripartire nell’altro verso  di rotazione, ed è proprio la mancata ripartenza del motore durante la evoluzione del cargo nell’avanporto, che ha impedito di fermare l’abbrivio della gigantesca portacontainer mandandola sulla struttura del molo di Giano,   e causando la morte di nove persone tra militari e civili. Sempre quella notte in sala macchine l’allarme che annunciava il malfunzionamento del motore fu addirittura spento, magari perché dava fastidio, ed infine i guasti furono nascosti nella check list che va compilata prima d’ogni partenza, circostanza che ha portato a indagare, oltre al Comandante, anche il terzo ufficiale Cristina Vaccaro per falso ed il responsabile di flotta della Messina navigazione. 

Adele Chiello Tusa, la madre del giovane militare deceduto in servizio, ha finora condotto in solitaria una vera battaglia personale per l’accertamento delle ulteriori responsabilità rispetto a quelle dell’equipaggio della nave, tutti già sotto processo a Genova, proponendo opposizione alla richiesta di archiviazione fatta dall’ex procuratore Di Lecce alla sua denuncia a carico dei progettisti della torre, puntando il dito sulla realizzazione della struttura a filo di banchina e senza nessun protezione, ottenendo con perizie e istanze, ma solo dopo che il Gip le ha dato ragione, la riapertura delle indagini e l’apertura di un fascicolo per omicidio colposo a carico degli stessi progettisti, la messa sotto accusa perfino della Capitaneria di porto, per non aver adeguato le regole di manovra alla situazione del porto di Genova, con navi sempre più grandi e spazi di manovra sempre più ristretti, e l’indagine, finalmente, anche a carico del Rina, il registro italiano che certifica la funzionalità delle navi, troppo spesso affette da croniche avarie agli impianti di sicurezza, ma che continuano a navigare sempre e comunque senza fare manutenzione. Perché fermare una nave vuol dire non guadagnare, perdere soldi, e uscire a 3,5 nodi invece che ad 1 nodo dal porto costa molto meno in termini di spesa per la assistenza dei rimorchiatori e maggior guadagno per la compagnia di navigazione, anche se questo ovviamente vuol dire anche alzare il livello del rischio. E non solo di chi è a bordo della nave. Come a Genova. 

Sulla logica del risparmio e della massimizzazione dei guadagni da parte delle maxi-compagnie di navigazione, come Costa Crociere, Anek, Moby e Messina, conduciamo ormai da anni una battaglia legale del tutto fuori dal coro. Non ci basta la condanna dello Schettino di turno, le vere ed altrettanto gravi responsabilità stanno a monte del singolo episodio, sulla mancata adozione delle regole di prevenzione e di sicurezza che – nel limite dell’errore umano – possono evitare tragedie come quella della Concordia, del Jolly Nero, del Norman Atlantic e del Moby Prince. Non siamo e non saremo mai parti civili che si accontentano dei risarcimenti, che vanno in scia alla Procura per crocifiggere un imputato e lasciare inesplorate le responsabilità di contorno che hanno preparato il terreno agli incidenti, in un costante e perdurante sistema clientelare che garantisce di sorvolare sulla sicurezza a mare, se ci sono i soldi di mezzo. 

La sig.ra Tusa ha trovato noi e noi abbiamo trovato lei, in una evidente comunanza di modi e convergenza di obiettivi. 

Alla udienza di Genova del 6 e 7 giugno ci siamo presentati così, entrando a gamba tesa su un processo in pieno corso di svolgimento, investendo i testimoni di domande ulteriori rispetto a quelle del pubblico ministero, orientate – queste ultime – ovviamente ad ottenere la sacrosanta affermazione di responsabilità penale degli imputati. Ma a noi ed alla famiglia Tusa questo non basta. Vogliamo sapere anche se chi era a terra e doveva vigilare sapeva dei malfunzionamenti della nave, se sapendo della avaria al motore qualcun altro oltre il comandante ha deciso di far mollare lo stesso gli ormeggi,  se quantomeno si poteva far uscire il Jolly Nero in sicurezza senza propulsione della nave con la spinta dei soli rimorchiatori e quanto sarebbe costato di più alla Messina, e se tale costo ha influito sulle decisioni, se chi lavorava nella torre sapeva del rischio e lo accettava in silenzio per dovere e gerarchia, se anche il comando della Capitaneria sapeva di tale rischio e non ha prevenuto l’incidente, se chi ha scelto di costruire quella torre a filo acqua e senza protezione lo ha fatto per non restringere il bacino, già fin troppo stretto per le manovre delle mega-navi da crociera e da carico container, se la macchina dei soccorsi ha funzionato come doveva, dove, quando e come è morto Giuseppe Tusa e dove è stato ritrovato, chi ha diretto le inchieste e come, chi doveva controllare e non lo ha fatto, chi controllava il controllore Rina in un cortocircuito già noto, se la formazione degli equipaggi è adeguata ed infine quale è stato il risparmio della Messina di navigazione a discapito della sicurezza, onde poter parametrare a quel guadagno il danno punitivo, o come preferiamo chiamarlo danno esemplare – cioè un maxi-risarcimento con funzioni di prevenzione, affinché non sia più conveniente economicamente per queste compagnie pagare i normali risarcimenti tabellari per le morti piuttosto che investire sulla sicurezza per evitare gli incidenti. 

Ecco perché il nostro intervento nel dibattimento suscita sempre una sorta di stordimento nelle altre parti processuali – Giudice, PM, ovviamente nei difensori degli imputati ma paradossalmente anche ad alcuni difensori delle altre parti civili – perché non ci accontentiamo di chiedere il risarcimento dei danni ma abbiamo un impegnativo e diverso mandato dai nostri clienti: esploriamo ogni piega degli eventi per cercare la verità in tutti i suoi aspetti, e perseguire tutti i possibili responsabili, senza sconti. 

Cerchiamo la verità, a costo di essere sgradevoli, e lo siamo stati certamente, a sentire il coro di proteste alle domande mai formulate prima ai testi di questo processo da nessuno, e nonostante le accuse, a microfoni aperti, di voler fare spettacolo, di usare uno stile giornalistico più che processuale, lo “state esagerandolanciato dai difensori degli imputati che chiedono rispetto per i loro clienti, trascurando che il vero ed unico rispetto noi, anzi, tutti quanti, lo dobbiamo solo alle vittime, ai morti incolpevoli di questo evitabile incidente. 

In ogni caso, nonostante le avversità degli altri difensori, non abbiamo riscontrato alcun fermo da parte del Giudice, l’unico a poter dirigere il processo e valutare come ammissibili e conferenti – o meno – le nostre domande ai testi, rispetto ai temi processuali. Nessuna opposizione da PM di udienza. Il Giudice Silvia Carpanini ci ha consentito invece tutto lo spazio che legittimamente stavamo prendendoci su aspetti che non erano stati toccati dal Pubblico Ministero, ma che per quanto riferito sopra fanno parte indubitabile del tema processuale. Basta vedere la foto in questo articolo per capire che la tragedia era dietro l’angolo, e in molti sapevano.

A lunedì la prossima udienza con altri testi in aula. 

 

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Una risposta a Processo Jolly Nero – ud. 6-7/06/2016

  1. Adele Chiello Tusa ha detto:

    Era il 23 Settembre 2013 quando denunciavo ciò che , dopo 4 anni , apprendiamo dalla procura di Genova.
    Oggi una mia riflessione:
    -Ci sono comandanti che li chiamano figli….!!!
    -Ci sono ufficiali che li chiamano “fra”….!!!
    – Altri li chiamano semplicemente colleghi….
    – Ci sono gli stessi avvocati che difendono indagati di ogni parte “dai rimorchiatori , agli ispettori del Rina…”
    – Ci sono avvocati degli imputati e di parte civile che emettono un esposto contro , il blog del processo in oggetto , dei miei avvocati….!!!!
    In questa tristissima e tragica vicenda processuale c’è di tutto ed il contrario di tutto….!!!!
    C’è un’immensa confusione tra sapere cos’è l’etica…la dignità e soprattutto il rispetto per nove figli massacrati da questo paese, da un sistema di conflitti d’interessi, di corruzioni, illegalità….(mi scuso per i miei tanti amici, ma consentitemelo)
    CHE SCHIFOOOOOOO !!!!!!

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