Richieste di condanna per la società Messina e pilota Anfossi – udienza 20.01.2017

jolly-nero-messina-141212091713_bigÈ proseguita alla udienza del 20 gennaio 2017 la requisitoria del PM dott. Walter Cotugno il quale, dopo aver trattato la posizione di Olmetti e Paoloni, rispettivamente delegato d’armamento per la Ignazio Messina & C. e Comandante della Jolly Nero, è passato a trattare della responsabilità amministrativa della Società di navigazione, e poi di quella del pilota portuale Antonio Anfossi. Riteniamo significativa anche questa scelta della Procura, quella di trattare l’argomento della responsabilità degli enti ex D.Lgs. 231/2001 subito dopo quella dei principali imputati e non come ultimo punto, in quanto evidentemente il PM sta seguendo un ordine di trattazione secondo una certamente condivisibile gradazione delle responsabilità, partendo da Olmetti, per poi passare al Comandante della nave, alla società stessa, al pilota ed infine direttore di macchina ed altri ufficiali di bordo della Messina. Tale evidenziazione delle responsabilità societarie ancor prima di quella di alcuni imputati ci trova d’accordo.

La società in questo processo, oltre che in qualità di responsabile civile per rispondere dei risarcimenti danni determinati dai suoi dipendenti, siede infatti anche direttamente sul banco degli imputati, a titolo di responsabilità amministrativa ex D.lgs. 231/2001, recante la “Disciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica”, che ha introdotto  in Italia la responsabilità in sede penale degli enti per alcuni reati commessi, nell’interesse o a vantaggio degli stessi, da persone che rivestono funzioni di rappresentanza, di amministrazione o direzione dell’ente o di una sua unità organizzativa dotata di autonomia finanziaria e funzionale (come il Comandante di una nave), nonché da persone che esercitano, anche di fatto, la gestione e il controllo dello stesso (come il DPA) e, infine, da persone sottoposte alla direzione o alla vigilanza di uno dei soggetti sopra indicati. Tale responsabilità, formalmente amministrativa in quanto si risolve in pene principalmente pecuniarie, ma che è di natura penale a tutti gli effetti, si aggiunge a quella delle persone fisiche che ha no realizzato materialmente il fatto, nella fattispecie, ed in primis, Olmetti e Paoloni.

La nuova responsabilità introdotta dal D.lgs. 231/2001 mira a coinvolgere nella punizione di taluni illeciti penali il patrimonio degli enti che abbiano tratto un vantaggio dalla commissione dell’illecito. Quindi se il dipendente aziendale commette un reato nell’interesse od a vantaggio della Società, questa ne dovrà rispondere davanti al giudice penale, a meno che non abbia adottato ed efficacemente attuato, prima della commissione del fatto, modelli di organizzazione, gestione e controllo idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi (modelli che la Messina non risulta avesse in uso al momento della tragedia); interesse in termini di risparmio economico, ovvero vantaggio in termini di profitto procurato, e la cui rilevanza non deve essere parametrata solo in termini puramente economici. Nel nostro caso è indubbio – anche per il PM – che Olmetti abbia agito per far risparmiare alla Messina ingenti somme per investimenti nella manutenzione e sicurezza – nell’ordine di svariati milioni di euro ogni anno – e che Paoloni abbia deciso di salpare da Genova – nonostante le note avarie – per rispettare la tabella di marcia e liberare il terminal Messina per una altra nave che era in arrivo. 

La richiesta formulata dal Pubblico Ministero è per il massimo previsto dalla legge, ovvero la sanzione di 2,25 milioni di euro per la società armatrice (considerato il meccanismo per il calcolo della pena pecuniaria), e sopratutto (verrebbe da dire: “udite, udite!), a livello di interdizione – ed in sostituzione della sospensione delle autorizzazioni e delle licenze di esercizio (al fine di evitare intuibili ricadute negative sulla occupazione), il PM propone il commissariamento per un anno della società armatrice Ignazio Messina & C., con devoluzione di ogni utile alle casse dello Stato, anche e sopratutto al fine di attuare la revisione totale del sistema di sicurezza e l’adozione di misure correttive adeguate che, ad oggi, non sono ancora state messe in atto dalla azienda, nonostante la tragedia, avvenuta in ragione di una politica aziendale tesa al risparmio sui costi della sicurezza ed alla massimizzazione dei profitti.

Una richiesta apprezzabile, in tema di prevenzione, e, aggiungiamo, coraggiosa in quanto decisamente fuori dal coro applicativo della 231/2001 (quantomeno tra le Procure con cui abbiamo avuto a che fare per altri casi di mass tort), che pure prevede esplicitamente questi importanti strumenti di deterrence, tesi ad evitare il ripetersi della commissione dei reati da parte dei responsabili in tema della sicurezza. Il Procuratore capo di Genova Francesco Cozzi ha affiancato in aula il dott. Walter Cotugno quando quest’ultimo ha illustrato le richieste per la Ignazio Messina. Un segnale chiaro e distinto che inequivocabilmente  l’intero Ufficio della Procura della Repubblica di Genova non solo è allineata alla richiesta del PM Cotugno, ma vuole segnalarlo palpabilmente al Giudicante.

Per quanto riguarda il pilota Antonio Anfossi la richiesta di pena è stata più mite di quella proposta per i primi due imputati e per la Società: dieci anni e sei mesi di reclusione, oltre alla interdizione temporanea dalle funzioni direttive e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e, come misura cautelare, la interdizione dalla professione per dieci mesi, in aggiunta ai due mesi già comminati. Questo in ragione sopratutto del fatto che, unico tra gli imputati, il pilota Anfossi almeno ci ha “messo la faccia”, e pur avendo avuto una condotta analoga a quella del Comandante della JN e piena colpa della manovra nonché del sinistro marittimo, ha, tuttavia, fin dal primo momento cercato di fornire la sua collaborazione facendosi interrogare da subito, e poi durante il processo contribuendo alle attività di accertamento dei fatti, mentre Paoloni non ha mai consentito di conoscere la sua versione dei fatti. Ci pare quindi adeguata la considerazione del PM di poter riconoscere le attenuanti generiche, che poi, ritenendo le stesse equivalenti alle aggravanti lo portano a formulare una richiesta quasi dimezzata rispetto ai 20 anni e 7 mesi fatta per il comandante Roberto Paoloni ed ai 17 anni chiesti per Giampaolo Olmetti. 

Siamo dunque pienamente d’accordo sulla severa linea adottata dalla pubblica accusa, che riterremmo peraltro arricchibile di ulteriori due punti:

Il primo. Anfossi, come ha più volte sottolineato lo stesso magistrato inquirente in aula, ha avuto una condotta caratterizzata da due fasi comportamentali, poiché inizialmente ha effettuato l’evoluzione della nave in direzione della torre e con una velocità inadeguata di oltre 3,4 nodi, senza prevedere un “piano B”, dunque con grave imperizia e negligenza (colpa grave).  Ad un certo punto, però, si rende perfettamente conto che la JN sta andando contro la banchina del molo Giano, e di non avere propulsione per fermare l’abbrivio del cargo con l’enorme inerzia del pieno carico; e, in quell’esatto momento, evidentemente, fa UNA SCELTA. Non dà ordine (visto che fino a quel momento era stato solo lui a darli – in luogo del Comandante Paoloni) di gettare le ancore e/o di suonare ripetutamente il fischio della nave, lanciare l’allarme per la collisione imminente. Ha la radio VHF in mano e il cellulare in tasca. Ma non avverte nessuno, non i colleghi, nè gli addetti militari nella torre VTS. Si limita a dire “pronti alle ancore“. Che non vuol dire assolutamente nulla, nulla di utile a fermare o deviare – per quanto possibile – la direzione della nave. 

Un panorama di ciò che deve esser balenato nella mente di Anfossi, su cosa sarebbe successo se invece l’ordine di gettare le ancore fosse stato dato con prontezza, può ipotizzarsi in questa maniera: gettare le ancore immediatamente avrebbe potuto determinare qualche serio danno al bastimento, soprattutto qualora il motore fosse ripartito (danni di cui il pilota risponde civilisticamente) e dando l’allarme si sarebbe potuta scatenare una serie di controlli da parte delle autorità, possibili contestazioni sulla manovra anche nei suoi confronti, ritardi per la nave e le ire funeste di Olmetti. Se invece la nave fosse in qualche modo riuscita a passare rasente alla torre, come era già avvenuto tante e tante volte, nessuno avrebbe saputo del problema ai motori e della condotta incauta del pilota. 

In quel momento, a nostro modo di vedere, la condotta di Anfossi passa  dunque ad un livello di volontà ulteriore rispetto a quello di semplice colpa propria per negligenza, imperizia e imprudenza, e cioè a quello di colpa cosciente (ha previsto l’evento, senza però averlo voluto ed accettato, eppure prosegue nella sua azione convinto che non succeda nulla, o che al più la nave colpisca il molo senza buttare giù la torre e senza altre gravi conseguenze, come avviene molto frequentemente – cfr. sito web port crash), ovvero, come riteniamo ben possibile e legittimo sostenere rispetto alla situazione appena descritta, elevandosi la sua condotta volitiva a livello di dolo eventuale: Anfossi ha previsto l’evento impatto ma ha confidato nella propria abilità nel poterlo evitare, accettando il rischio di un disastro pur di passarla liscia. 

Secondo punto, e consequenziale al primo. La colpa cosciente, se rilevata, costituisce un’aggravante della pena. Anche per la richiesta di Anfossi riteniamo che dunque dovesse prevalere il giustissimo discorso che “le persone valgono più delle cose” in quanto la pena più grave è quella che può essere applicata considerando nel bilanciamento in astratto gli effetti al minimo delle attenuanti e al massimo delle aggravanti, che nella fattispecie in discussione non restituisce una equivalenza, sopratutto in presenza di colpa cosciente a carico del pilota Anfossi. Quindi riterremmo più giusto considerare anche in questo caso il reato di omicidio colposo come reato più grave per il computo delle pene da applicare. 

Ferme quindi le valutazioni sul pregevolissimo lavoro di indagine e sulle motivazioni poste alla base delle richieste di pena, che consideriamo adeguate alla gravità dei fatti, continuiamo a credere nella opportunità di una contestazione della colpa cosciente a carico di Anfossi ma evidentemente anche di Olmetti e Paoloni, considerate le rispettive significative condotte, ma con ulteriori specificazioni anche a carico degli altri  imputati.

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