Processo torre piloti come il vaso di Pandora – Udienza preliminare 5 e 10 aprile 2018

Il 5 aprile 2018 si è aperto il secondo processo penale sul crollo della Torre Piloti nel porto di Genova. Dopo la condanna in primo grado dei responsabili della sciagurata manovra a bordo della nave Jolly Nero, sono ora sotto accusa i responsabili della costruzione della Torre, della sua collocazione a cavallo della banchina dell’avanporto senza alcuna protezione dai prevedibili impatti con le navi in transito ed i datori di lavoro delle 9 vittime per la mancata valutazione del rischio a carico dai dipendenti che lavoravano in cima alla struttura; l’appello dei presenti in camera di consiglio e la presentazione delle parti processuali nella aula magna del tribunale di Genova il 5 aprile, condotta in modo molto deciso dal Giudice della udienza preliminare dott.ssa Maria Teresa Rubini, ha evidenziato un primo aspetto: le parti civili confluite in questo secondo filone processuale, come già si era visto nella fase di appello sul primo, sono ben poche. Questo fatto, nel massimo rispetto sulle scelte dei familiari delle altre vittime, verosimilmente da ricondursi alla legittima scelta di aver raggiunto degli accordi stragiudiziali di risarcimento, non scalfisce minimamente la caparbietà e dedizione dei familiari di Giuseppe Tusa, rivendicando invece le nostre assistite il “diritto al processo” come anche affermato a favore delle vittime dalle direttive unitarie europee, nella ricerca di giustizia e della affermazione di responsabilità a carico di tutti coloro che hanno contribuito causalmente al disastro del 07 maggio 2013.

Per la ennesima volta ricordiamo infatti che questo processo è figlio della determinazione della signora Adele Chiello Tusa, delle sue denunce, della sua battaglia condotta inizialmente persino contro la stessa Procura che non le aveva dato credito quando aveva puntato il dito sulla torre (oltre che sulla nave), proponendo opposizione alla archiviazione del fascicolo, e poi con il Giudice delle indagini Preliminari che le ha infine dato ragione, imponendo la prosecuzione di specifiche indagini al PM il quale, convintosi a quel punto della fondatezza della accuse della Sig.ra Adele Tusa, ed investito del dono della curiosità del dio Ermes, scoperchiava il vaso di Pandora del porto di Genova, facendo finalmente uscire allo scoperto la mala gestione portuale nella progettazione, realizzazione ed utilizzo della iconica struttura in vetro e cemento. Come nella storia mitologica, l’apertura delle nuove indagini sulla torre-vaso di Pandora, liberava così tutti i mali del mondo (portuale). Oltre ai due filoni di indagine, infatti, se ne è sviluppato anche un terzo sulle certificazioni del Rina ed i rapporti di questo ente con la Capitaneria di Porto, che mette finalmente fine al dogma di attendibilità e intoccabilità processuale della sicurezza delle navi, che finora era stata per noi particolarmente difficile da mettere in discussione di fronte ai certificati di controllo rilasciati dal Rina agli armatori. Sul fondo del vaso mitologico rimase soltanto la speranza (Elpis), che non fece in tempo ad allontanarsi prima che il vaso venisse chiuso di nuovo da Pandora. Quella stessa speranza, nel nostro caso, è racchiusa in tutto ciò che resta della Torre, ossia nel processo che ha preso il via in questi giorni, una speranza che già da questi primi passaggi processuali e dalle prime schermaglie preliminari ha dato i primi, confortanti, risultati.

Questa volta infatti torniamo nella città-roccaforte dell’armatore Messina ed entriamo nell’aula magna del tribunale di Genova, ossia in un ambiente giudiziario in un certo modo “chiuso”, e che nel primo processo ci è stato avverso sin dalle prime udienze alle quali avevamo preso parte (con opposizioni continue alle nostre nostre domande e praticamente a tutte le nostre istanze, fino ad esser stati oggetto di un esposto all’ordine degli avvocati per via della nostra attività come “accusa privata”), avendo portato a casa e consolidato il primo risultato processuale, per nulla scontato, delle condanne in primo grado a carico dei soggetti a bordo della nave “Jolly Nero” e della società Messina ex D.Lgsl. 231/2001, avendo ottenuto il pagamento delle prime provvisionali a favore delle ns clienti e mettendo infine piede in aula come promotori e determinanti sostenitori di questo secondo processo.

Oggi iniziamo dunque con un deciso vantaggio sui nostri antagonisti: i nuovi avvocati degli indagati in questo nuovo procedimento penale pagano sicuramente il prezzo di non aver seguito il processo principale sulla “Jolly Nero”, a differenza, in primis, del Pubblico Ministero dott. Walter Cotugno, perfetto padrone della materia, ma anche di noi (ormai pochi) difensori delle vittime, e di qualche avvocato che prima era tra i banchi delle difese di parte civile ed ora si è spostato sul versante dei difensori degli accusati; un processo che ha impegnato mesi e decine di udienze per analizzare ogni minimo aspetto della complessa vicenda relativa al disastro per quanto riguarda la manovra, guasto al motore ed avaria meccanica come causa dell’impatto, ma anche su molti altri aspetti tecnici e sostanziali che, riteniamo, siano e saranno determinanti anche in questo procedimento riguardante la costruzione ed il crollo della Torre, e lo si è compreso già dalle prime battute della requisitoria del PM.

Una particolare osmosi tra gli elementi causali ma anche tra i protagonisti dei due processi, come nel caso dell’Ammiraglio Felicio Angrisano, che da testimone stavolta si ritrova sul banco degli imputati. Perfino la società armatrice Messina, che nel precedente processo è stata imputata (per noi principale) e condannata, pretendeva di cambiare casacca assumendo oggi addirittura il ruolo di “parte offesa” dal reato. Una scelta strategica decisamente offensiva per i familiari di chi ha perso la vita nel crollo della torre, comunque causato dalla sciagurata manovra e dalla avaria alla carretta del mare di proprietà della Messina, che avrebbe portato alla aberrante possibilità per l’abile difensore della società di sedere al fianco delle vittime (quelle vere, e non certo per 30mila euro di ammaccatura alla poppa della nave)  trasformandolo in una vera e propria accusa privata, ma con intenti di ricerca della verità ben diversi dai nostri. La richiesta è stata fortemente opposta da tutti, ovviamente dai difensori degli indagati, ma anche dal pubblico ministero, ed ovviamente da noi difensori di parte civile ed il GUP dott.ssa Rubini, alla fine della camera di consiglio ha respinto la richiesta, facendo uscire di scena questa inopportuna presenza, almeno per ora. Sono invece state ammesse le costituzioni di parte civile dei familiari di tre vittime, compreso Giuseppe Tusa, dell’associazione “Vittime del dovere” e dell’associazione ANMIL, che in questo filone processuale ha particolare interesse visto che alcuni dei capi di imputazione trattano appunto della violazione della normativa di sicurezza per i lavoratori.

Poppa della jolly nero dopo impattoIl calendario di udienze, molto intenso, proseguirà a ritmo serrato per l’intero mese di aprile (ogni giorno dal 17 al 20, 23,24,26,27,30 aprile, 3 e 10 maggio) con le discussioni del PM, delle parti civili, difensori degli indagati ed infine la decisione sul rinvio a giudizio, che già dalla prima giornata di presentazione dei fatti da parte del Pubblico Ministero, pare davvero ineluttabile, vista la estrema fragilità della costruzione in cemento del fusto e delle palazzine, uscita totalmente disintegrata da un urto a bassissima velocità con la poppa della Jolly Nero, che al contrario ha subito appena qualche lieve scalfittura sul lato a sinistra.

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